In queste ore sta da più parti montando una feroce polemica contro la presunta vendita da parte di Facebook di una cinquantina di milioni di dati di profili che sembra siano stati utilizzati nella campagna elettorale di Trump e nel corso della votazione sulla Brexit. Molti si stacciano le vesti, minacciano class action in nome della privacy e della necessità di un controllo più rigido dei dati personali: combinando infatti i giganteschi archivi di FB con gli oramai potentissimi algoritmi dei big data possiamo, con una impressionante precisione, suddividere la popolazione di un determinato paese per gli interessi che sul social esprime. In un certo senso potremmo già sapere il risultato di elezioni politiche prima ancora di votare o potremmo arrivare ad avere multinazionali che fanno offerte commerciali personalizzate al singolo consumatore.
Mai nessuna azienda, nella storia dell'umanità, ha posseduto la quantità di dati che ora sono in grado di immagazzinare realtà come FaceBook, Google, Amazon, Alibaba, Twitter e tutti gli altri player della digital-economy contemporanea. Un potere straordinario! Non è un caso che i più importanti analisti prevedono che fra le principali cause delle future guerre ci saranno senz'altro le contese per il possesso o il controllo delle piattaforme di dati sensibili.
Quindi, che fare?
Il tema è estremamente complesso e meriterebbe ben altri approfondimenti. Credo soltanto che spesso ci dimentichiamo che siamo stati noi utenti a generare questi immensi centri di dati: nessuno ci obbliga a navigare ore e ore sui social, mettere like e riversare sulle varie pagine aspetti così privati che le nostre nonne non dicevano nemmeno ai loro padri confessori. La nostra è una generazione fragile, che necessità di un like per esistere, per essere legittimata, per poter dire Io Sono. Nel '68 si gridava una utopia, ora si cerca il consenso non nelle piazze o fra i coetanei ma fra le infinite discussioni di un post. Spesso mi capita di considerare una persona più influente rispetto ad un'altra solo in base al numero di amici o follower dei suoi profili.
La verità è che FB & Co sono aziende e quindi trovano la loro ragion d'essere nel rispondere ad un bisogno di socialità che nella società è palese e che nessuno sembra prendersi a cuore.
Certamente andranno riviste leggi e policy per garantire di più gli utenti dei social ma è indubbio che vanno cambiati i paradigmi antropologici che oggi vengono proposti. E per finire, C. Peguy ha perfettamente centrato il problema: "Chi rinuncia alla ragione per l'offensiva, non può appellarsi alla ragione per la difensiva".
“Quella che soprattutto m’interessa è la figura del cacciatore, […] vista – come già la figura del viaggiatore – in veste di cercatore. Cercatore di che? Di dio? Della verità? Di ciò che sta dietro il fenomeno ed oltre l’ultimo confine cui può giungere la ragione? Della propria o dell’altrui identità? Una domanda vale l’altra, e forse si tratta solo di ricerca per amor di ricerca” - ( G. Caproni )
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