Avevo scritto l'ultimo post all'indomani del terremoto di Amatrice ed ora di nuovo qui, a scrivere di un altro terremoto, altre macerie, altre dirette dai luoghi colpiti, le grida dei vecchi, dei parroci, dei sindaci, e l'eroismo della protezione civile, dei vigili del fuoco, dei cani che cercano chi non si trova, dei racconti di chi ce l'ha fatta che ricorda chi non c'è più, e di come era bello 1 minuto prima che tutto successe, di come era buono il pane fatto da quel forno, in cui magari erano mesi che non andavo perché aveva degli orari strani e io riuscivo ad andare solo alla coop e di come tagliava bene i capelli quella parrucchiera, che erano anni che non salutavo perché quella volta della comunione di Giovanni mi aveva fatto un taglio che non potevo sopportare.
E tutto, alla fine per ricordarci, per ricordare a tutti noi che la felicità, il vero "gusto pieno della vita" non sta in momenti eccezionali, tragici o euforici, ma nella banale, banalissima quotidianità giornaliera fatta di gioie, di dolori, di sensi di nausea, di guarda quello come guida o di sbrigati che la scuola chiude e le maestre poi non ti fanno più entrare, di ma chi si crede di essere questo che risponde a questa mail così e poi non paga le fatture, di arrivo subito a prendere il caffè, e poi ti perdi su Facebook a leggere cazzate, di guarda come sto bene con questo vestito o di come è invecchiato quello là.
insomma "La vita, nient'altro che la vita".
“Quella che soprattutto m’interessa è la figura del cacciatore, […] vista – come già la figura del viaggiatore – in veste di cercatore. Cercatore di che? Di dio? Della verità? Di ciò che sta dietro il fenomeno ed oltre l’ultimo confine cui può giungere la ragione? Della propria o dell’altrui identità? Una domanda vale l’altra, e forse si tratta solo di ricerca per amor di ricerca” - ( G. Caproni )
mercoledì 26 ottobre 2016
giovedì 25 agosto 2016
C'E' UN OLTRE IN TUTTO
Ancora immagini di macerie, morti, vigili del fuoco al lavoro per recuperare chi è rimasto sotto.
E poi dibattiti sulla ricostruzione, processi mediatici infiniti, mille interviste inutili che hanno come unico scopo quello di riempire un vuoto.
Vuoto si, perchè esperienze come queste mettono a nudo, o, meglio, scoperchiano il nulla con cui viviamo tutti giorni, legati a piccoli traguardi quotidini che non hanno il respiro che la vita chiede.
Pirandello ne Quaderni di Serafino Gubbio Operatore scriveva :
"Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch'io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.
In prima, sì, mi sembra che molti l'abbiano, dal modo come tra loro si guardano e si salutano, correndo di qua e di là, dietro alle loro faccende o ai loro capricci. Ma poi, se mi fermo a quardarli un pò addentro negli occhi con questi miei occhi intenti e silenziosi, ecco che subito s'aombrano. Taluni anzi si smarriscono in una perplessità così inquieta, che se per poco io seguitassi a scrutarli, m'ingiurierebbero o m'aggredirebbero.
No, via, tranquilli. Mi basta questo: sapere, signori, che non è chiaro né certo neanche a voi neppur quel poco che vi vien a mano a mano determinato delle consuetissime condizioni in cui vivete. C'è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo. Ma appena appena quest'oltre baleni negli occhi d'un ozioso, come me, che si metta a osservarvi, ecco, vi smarrite, vi turbate o irritate."
Non ci resta il fatto, quindi, di accettare che dipendiamo, che non facciamo noi la nostra vita e che d'improvviso potremmo non esserci più.
venerdì 17 giugno 2016
NUOVO INIZIO
Sono
diversi mesi che non scrivo un nuovo post; non perchè non avessi nulla
da dire o non avessi fatto esperienze inportanti, ma perchè mi sono
fortemente chiesto quale possa essere e se vi fosse una utilità nello scrivere un blog .
Provo a descrivere la risposta che mi sono dato.
Sabato scorso ho partecipato al Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto. Lo avevo fatto altre volte e la grande fatica fisica ogni anno era ampliamente ripagata dalla bellezza del gesto e dalla semplicità di quello che ci era chiesto. Per chi non avesse mai partecipato il programma è il seguente : si parte dallo stadio di Macerata verso le 10 di sera, dopo aver assistito alla messa; cammino di circa 8 ore (28 km a piedi) in cui vengono recitati i misteri del rosario, si prega per le persone in difficoltà (con nomi e città!) e si ascoltano testimonianze; si arriva a Loreto circa alle 6 del mattino e si depositano nel grande braciere posto davanti alla basilica i foglietti con le intenzioni che ognuno ha portato con sè per tutta la notte .
Durante il cammino fra le altre cose hanno letto una testimonianza di un carcerato di Padova. Appena ha detto da quanti anni era in carcere, alcune persone che camminavano di fianco a me hanno iniziato a disquisire su quale fosse il reato che aveva commesso e alla fine non hanno nemmeno ascoltato quello che aveva da dire.
Questo banale episodio mi ha fatto riflettere molto sul come noi siamo abituati a farci una idea preconcetta delle cose e delle persone prima di incontrarle e spesso questa incontro difatto si ferma a questa idea che mi sono fatto.
Non ascolti nemmeno chi c'è di fronte a te e spesso resti fermo a quello che sai già.
Per questo ho deciso di continuare e di sfruttare a pieno la potenzialità di un blog, perchè è uno dei canali in cui meno vige il preconcetto e il già saputo.
Cosa ne pensate?
Provo a descrivere la risposta che mi sono dato.
Sabato scorso ho partecipato al Pellegrinaggio a piedi da Macerata a Loreto. Lo avevo fatto altre volte e la grande fatica fisica ogni anno era ampliamente ripagata dalla bellezza del gesto e dalla semplicità di quello che ci era chiesto. Per chi non avesse mai partecipato il programma è il seguente : si parte dallo stadio di Macerata verso le 10 di sera, dopo aver assistito alla messa; cammino di circa 8 ore (28 km a piedi) in cui vengono recitati i misteri del rosario, si prega per le persone in difficoltà (con nomi e città!) e si ascoltano testimonianze; si arriva a Loreto circa alle 6 del mattino e si depositano nel grande braciere posto davanti alla basilica i foglietti con le intenzioni che ognuno ha portato con sè per tutta la notte .
Durante il cammino fra le altre cose hanno letto una testimonianza di un carcerato di Padova. Appena ha detto da quanti anni era in carcere, alcune persone che camminavano di fianco a me hanno iniziato a disquisire su quale fosse il reato che aveva commesso e alla fine non hanno nemmeno ascoltato quello che aveva da dire.
Questo banale episodio mi ha fatto riflettere molto sul come noi siamo abituati a farci una idea preconcetta delle cose e delle persone prima di incontrarle e spesso questa incontro difatto si ferma a questa idea che mi sono fatto.
Non ascolti nemmeno chi c'è di fronte a te e spesso resti fermo a quello che sai già.
Per questo ho deciso di continuare e di sfruttare a pieno la potenzialità di un blog, perchè è uno dei canali in cui meno vige il preconcetto e il già saputo.
Cosa ne pensate?
domenica 3 aprile 2016
SPERANZA
Sono passate alcune settimane dal mio ultimo post. Non perchè non siano successi pochi fatti sui quali valesse la pena soffermarsi, ma, anzi, forse ve ne sono stati troppi. La storia dell'ultima vittima riconosciuta a Bruxselles, le giornate della settimana Santa, la Pasqua, il dolore innocente delle vittime di Lahore e altri ancora.
Mi sono seriamente chiesto quale sia il mio sostegno, la mia "roccia a cui sono ancorato".
E, come in risposta a questa domanda, camminando in biblioteca, mi è capitato in mano casualmente il testo di Jean d'Ormesson, Il mio canto di speranza.
Ammetto la mio ignoranza affermando che non conoscevo quello che ho poi scoperto essere uno dei più importanti scrittori/pensatori della Francia contemporanea. Mi intrigava la parola speranza messa in questo modo nel titolo. Anche perchè era curioso che un uomo di 91 anni mi venisse a parlare di speranza, a me che alla soglia dei quarant'anni, spesso ho la sindrome cinica dell'essere troppo vecchio per fare certe cose o per entusiasmarmi per dei brandelli di vita incontrata.
Per questo, per documentare il canto di follia che ho letto, vi trascrivo un breve brano che però a me ha aperto il cuore e la mente.
"E' così: almeno per gli uomini Dio è senza niente senza gli uomini. Se vuoi amare Dio, devi amare gli uomini. Non puoi amare Dio senza amare gli uomini. Puoi anche odiare Dio e odiare gli uomini. Molti hanno scelto questa via. Non ho molta fiducia per la loro anima. Io sono di quelli che credono che sia molto bello ma molto difficile e abbastanza disperato amare gli uomini senza amare Dio. Perchè c'è qualcosa al di sopra degli uomini che ci è ignoto e ci spinge ad amare gli uomini anzichè detestarli. Qualcosa che, imperfettamente beninteso, nel timore e nel tremore, in una sorta di paradosso e quasi di apparente assurdità possiamo rappresentare a noi stessi soltanto attraverso gli uomini e che chiamiamo Dio.
Dio senza gli uomini è un sogno vuoto, assai prossimo al niente, un niente infinito, un'eternità di assenza. E' un invito alla solitudine e all'orgoglio. Porta all'intolleranza, a una sorta di follia e spesso all'orrore. Sugli uomini senza Dio incombe un'altra forma di orgoglio e di assurdo in tutta la sua purezza. Sono, anch'essi, sul cammino dell'orrore e della follia".
sabato 23 gennaio 2016
IL TERREMOTO
Ieri pomeriggio passeggiavo lungo le strade del centro di Concordia.
Una sensazione strana mi ha invaso l'animo, quando mi sono accorto che gli unici rumori che sentivo erano quelli della terra che spostavo con i miei passi: lungo i portici del paese, né un uomo, né un gatto, né un cane. Silenzio.
In lontananza, qua e là, si udivano colpi secchi di chi, con perizia, manovra una gru per provare a ricostruire. Poi basta.
E' come quando entri in casa di notte, magari dopo qualche giorno che sei via, e ti accorgi che il già saputo non basta a farti stare tranquillo in quel buio pieno di ignoto.
E' per questo, che d'un tratto, mi sono fermato a guardare una finestra: non era né la più bella, né quella tenuta meglio. Era lì, davanti a me, con il suo carico di dolore e di domanda.
E ho capito, che anche in un luogo ferito che non sapremo mai se ritornerà ad essere vivace come un tempo, l'unica speranza può arrivare da una finestra aperta che ti guarda.
Perché nemmeno e il dolore e la distruzione del terremoto, di per sé, possono aiutare a giungere all'essenza della vita, ma occorre che da una finestra aperta giunga una speranza piena di novità
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