Ieri pomeriggio passeggiavo lungo le strade del centro di Concordia.
Una sensazione strana mi ha invaso l'animo, quando mi sono accorto che gli unici rumori che sentivo erano quelli della terra che spostavo con i miei passi: lungo i portici del paese, né un uomo, né un gatto, né un cane. Silenzio.
In lontananza, qua e là, si udivano colpi secchi di chi, con perizia, manovra una gru per provare a ricostruire. Poi basta.
E' come quando entri in casa di notte, magari dopo qualche giorno che sei via, e ti accorgi che il già saputo non basta a farti stare tranquillo in quel buio pieno di ignoto.
E' per questo, che d'un tratto, mi sono fermato a guardare una finestra: non era né la più bella, né quella tenuta meglio. Era lì, davanti a me, con il suo carico di dolore e di domanda.
E ho capito, che anche in un luogo ferito che non sapremo mai se ritornerà ad essere vivace come un tempo, l'unica speranza può arrivare da una finestra aperta che ti guarda.
Perché nemmeno e il dolore e la distruzione del terremoto, di per sé, possono aiutare a giungere all'essenza della vita, ma occorre che da una finestra aperta giunga una speranza piena di novità

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